eterotopie di un'eversione poetica
Anni fa quando tornai a questi luoghi con sguardo consapevole, con la necessità e la volontà di guardare la città
ed il suo intorno alla luce di una nuova prossimità, ho portato con me la consapevolezza di un attraversamento. Venivo allora ed ancora sto
nel solco di un amore, quello tracciato da scritture tra loro altre: Jabès innanzitutto, primo amore di un'età non ancora adulta,
amato per parole di un esilio necessario al volo. Muraro, Zambrano, Benjamin, Deleuze, Foucault, parole e pensieri di una comunità affettiva,
qui elencati per dare merito ad alcuni dei nomi-mondi per me di riferimento. Sì, in elogio del nome. Del loro nome e del loro lavoro.
Con Foucault ho imparato un sostantivo e un verbo, "eterotopia" e "giustapporre", poichè in tante traduzioni compare che "l'eterotopia è
quella dimensione che ha il potere di giustapporre, in un unico luogo reale, diversi spazi, diversi luoghi; esse, al contrario delle utopie, cioè
non-luoghi, sono contro-luoghi, o meglio luoghi dell'alterità." Foucault nomina ospedali, carceri, cimiteri, ma anche biblioteche, teatri,
giardini, luoghi eterotopici. Da Muraro ho ereditato una frase che sta nella mia memoria cosciente come un'incisione."Mettere al mondo il mondo".
Mettere al mondo il mondo è una condizione non un compito.
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in
SPAESAGGI
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gennaio 2006
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Così intendo e credo le parole di Luisa Muraro in "L'Ordine simbolico della madre",
un testo che a me ha fatto scuola, un inno, lo ricordo, anche fragile, che della fragilità ha la dignità altissima del mettere
il pensiero nell'ordine del vivente. Non sia sforzo la ri-generazione, sia invece leggerezza e peso, pensiero e responsabilità. Abbiamo l'umano,
se pur talvolta esiliati, in esso. Abbiamo l'umano, la natura, le idee. Mettere al mondo il mondo è dono di parola. Parola che resta traccia,
a volte muta. Anche il silenzio è dono di parola, disegno del discorso. Come la cecità è dono del vedere, figura d'altri sguardi.
Umiltà del pieno e fierezza del contorno. Mettere al mondo il mondo è dono di parole tattili, d'ascolto, di visioni.
Questo abitare il luogo dove già una volta sono nata, questo ri-generare la città è per me Teoria della Natalità.
Tavolozza dei Sensi. Eterotopia della Poesia. Il nostro umano sta tra cielo e terra e questo abbiamo: l'umano, il cielo, la terra.
Chiamala periferia, territorio, città, chiamala corpo ... ciò che intendo con mettere al mondo il mondo è, con atto fondativo,
creare e abitare spazi di differenza.
Già questa è eversione poetica.
Più che una visione nuova, più che un nuovo paesaggio, ri-generare e mettere al mondo il mondo è, io credo,
emancipare la conoscenza, alimentare i sensi, allargare l'orizzonte, camminare sul contorno, saperne l'ombra. Correre il rischio, attraversare confini
che già esitano.
Stare nelle minoranze. Mettere in dubbio. Attraversare l'assenza. E', nell' incipit e nell'infine , cosa poetica.
Non è improprio questo pensare innestati l'uno nell'altro il corpo e il territorio. Entrambi desideranti, non del possesso,
che nulla ha a che vedere con la cosa poetica, ma di forme d'insieme , vorrei potere dire. Sì, perché c'è mancanza
d'insieme in una città che progetta il consumo, che censura i sensi ed umilia l'intelligenza.
Mancanza d'insieme è fare un buco in una città per creare un centro commerciale che è investimento immobiliare e speculazione
edilizia.
Mancanza d'insieme per il tempo nostro presente ed il futuro, per la scienza, la ricerca, la tecnica, la tecnologia, usati come grimaldelli del potere
e non per il progresso democratico. Mettere al mondo il mondo è prendere in esso la parola, vuoto incluso. Cercare forme
d' insiemitudine.
Vivo dell'arte che so e che chiamo "poetica". L'arte poetica sta anche nel creare territori, nel connettere, tessere in relazione affettiva spazi e luoghi,
discipline, zone apparentemente lontane del pensare e del fare. La mia arte è in sartoria, figlia d'arte in questo, d'infanzia rivolta al risvolto,
finiture d'orli, intenta nel giornino e in punti erba e croce. La mia arte è nello sgocciolìo, figlia d'arte anche in questo,
d'infanzia disegnata sull'acqua. La mia arte è nel frammento, residuo memoria e testimonianza di una possibile insiemitudine.
La mia arte è nella parsimonia dei segni e nell'astensione dalle chiacchiere, già pane e companatico di tanti, di troppe banderuole di destra
e di sinistra anche dei nostri luoghi. Alla sinistra guardo soprattutto con tristezza, perchè a destra non ho mai cercato ma a sinistra sì,
e qui l'amarezza davvero è grande.
Frequento paesaggi minori, la mia arte abita un paesaggio civile spesso incolto fatto di flora spontanea e natura selvaggia.
Sono recenti e ancora vive le vicende della Val di Susa, lo sciopero territoriale che ha interessato reti e relazioni, strade autostrade, lavoratori,
studenti. Eterotopia anche questa, di "territori ribelli", fatti di corpi e pensieri che si innestano nei luoghi. Potere del giustapporre.
Anche qui sostantivi, verbi, frasi. Mettere al mondo il mondo. Con la parola, anche. Con il linguaggio.
Credo nella parola, credo in una lenta e costante eversione poetica perché poetico è il paesaggio che vorrei. _ib
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